Chi siamo


In Ungheria, il germe di un autentico movimento comunista, che non fosse basato sulle tradizioni ed influenze bolsceviche, venne formandosi dopo l'epoca di Kàdàr, all'inizio degli anni '90. Data la sua formazione, il "suolo del movimento operaio" ungherese aveva bisogno di essere "fertilizzato", soprattutto, dal movimento comunista dell'Europa occidentale. Con questa fertilizzazione si intende che il movimento, essendo in fase di formazione e già in contatto con militanti che vivevano ad Ovest, fu ispirato dalle più vive attività dei movimenti comunisti d'Occidente e sudamericani. Cominciammo a seguire quelle tradizioni realmente comuniste (anarco-comuniste) la cui componente [ungherese] era stata attiva per l'ultima volta nell'Ungheria antiproletaria dell'ammiraglio Horthy e che era stata perseguitata sia dalle squadre terroriste bianche sia dagli stalinisti, mentre questo movimento non ha mai cessato d'esistere in Occidente.


L’impegno di pochi militanti non poteva bastare perché il movimento, dopo la caduta del bolscevismo, alzasse la testa in modo durevole in questa regione. Per questo era in ogni senso necessaria la transizione dal bolscevismo (marxismo-leninismo), nella caratterizzazione di Kàdàr, al regime capitalista, alla prassi economico-politica della dittatura della democrazia borghese, alla moderna società capitalista. La piccola ma attiva tendenza comunista sarebbe potuta venire alla luce solo in conseguenza di ciò. Da quel momento il movimento nel suo complesso, con le sue infrastrutture, contatti internazionali, possibilità di distribuire le sue pubblicazioni raggiunse un livello che gli consentiva una presenza permanente.


Abbiamo pubblicato un manifesto programmatico col nome di “I Seppellitori del Capitalismo - Alleanza per la lotta di classe” (nome roboante, ma il contenuto era mediocre) nel secondo numero della rivista “Azione Anarco-Comunista”, nel 1994. Il testo rifletteva il conservatorismo, l’idealismo teologico, il dogmatismo e il radicalismo da slogan in grande misura dell’attuale movimento “pseudo-comunista radicale”. Abbiamo pubblicato diversi testi di Otto Rühle, Jean Barrot, dei Piattaformisti e di altri militanti con i nostri commenti, così che documenti comunisti/ consiliaristi/ anarco-comunisti venivano riportati alla luce (stavolta in ungherese) sotto l’egida dei „Barricade Pamphlets”. Abbiamo pubblicato anche due numeri della già citata rivista „Azione Anarco-Comunista”, che esprimeva chiaramente quanto abbiamo criticato poco fa. In seguito, è stato pubblicato un nuovo giornale intitolato „Csoportkiadványok” [traducibile come „Sfondatori”, ndt] (oggi i volumi possono essere letti anche come i documenti di rottura interna al movimento), molto migliore e più radicale di „Azione Anarco-Comunista” che smise di esistere dopo il secondo numero (ripensandoci, possiamo esserne felici). Il fatto che le “pubblicazioni del gruppo” venivano pubblicate in modo che alcuni attivisti non ne sapessero nulla o non prendessero parte alla loro preparazione mostra il livello organizzativo e la superficialità delle attività di movimento di quel periodo. Intanto proseguiva la pubblicazione dei „Barricade Pamphlets” e il nome „Barikàd Kollektìva” veniva posto su questi, senza che nessuna divisione avesse avuto luogo sui principi e sulle questioni organizzative. Cominciammo a funzionare in maniera realmente radicale, „guardandoci allo specchio”, criticando anche noi stessi; in questo modo siamo riusciti a svilupparci sia nella teoria che nella pratica. Rompemmo con quelle persone per le quali la subcultura sinistrorsa e le loro miserabili carriere borghesi erano sempre state più importanti della stabilizzazione creativa del vero movimento proletario.


Come abbiamo detto, i pamphlets cominciarono ad essere pubblicati prima della formazione di Barikàd Kollectìve, che venne raggiunto e lasciato da diversi attivisti. Ciò nonostante il gruppo è stato in grado di svilupparsi qualitativamente e di mantenersi attivo e produttivo come una vera organizzazione comunista. Abbiamo provato a riempire la mancanza di quella letteratura del movimento operaio e della propaganda e teoria comunista che nelle zone più avanzate era stata pubblicata decadi prima (stavolta con commenti al testo molto più elaborati). Ciò potrebbe suonare strano ai compagni che vivono nei paesi dell’Occidente, poiché hanno sempre avuto o hanno tutt’ora questi materiali. Negli anni passati abbiamo pubblicato alcuni lavori di Gorter, Pannekoek, Pfemfert, Perlman, Camatte ecc. con i nostri commenti e abbiamo diffuso testi d’analisi della storia delle rivoluzione proletarie. Comunque le nostre attività sono più complesse, profonde e più vivaci del solo scrivere opuscoli o testi. Il nostro obiettivo è chiaro: sviluppare il movimento del partito comunista e del proletariato in maniera critica, e allo stesso tempo attaccare il nostro stesso movimento su basi storiche materialiste, dato che questo movimento è assai atomizzato, diviso, frantumato in centinaia di pezzetti e spesso conservatore, come la classe operaia dalla quale è formato. Per noi il nostro gruppo non è fine a sé stesso, lo consideriamo come una cellula del partito comunista globale, come la manifestazione del movimento comunista qui ed ora. Difendere il programma comunista implica il rifiuto di ogni forma di collaborazione di classe (parlamentarismo, sindacalismo, fronti popolari assieme al riformismo di cui i precedenti fenomeni sono solo diverse forme). Puntiamo a radicalizzare e centralizzare le lotte di classe che scoppiano nel mondo nell’unità internazionale di tutti i comunisti.


I nostri antecedenti nella lotta di classe radicale sono la Storia del Povero di Nippur... il movimento guidato da Spartaco, gli Adamiti così come la rivoluzione di Thomas Münzer e dei suoi compagni... i nostri antecedenti sono la gioia di vivere, l’umorismo e la spensieratezza: un omaggio a Rabelais... nostri amici sono Thyl Ulenspiegel e il suo compagno Lamme... i nostri antecedenti sono Babeuf e gli Arrabbiati. Nostra precedentrice è la tradizione comunista rivoluzionaria, che pure non può esistere solo a livello di tradizione... Blanqui, i comunisti nella Prima Internazionale, Karl Marx ed Engels... Raoul Rigault e i suoi compagni al tempo della Comune di Parigi. Nostro compagno è William Morris e così via... il sole rosso splende. Nostri antecedenti sono i comunisti espulsi dalla Terza Internazionale, il KAPD, Pannekoek, Gorter, Rühle, i compagni che presero parte alla rivoluzione in Messico: Flores Magòn e i suoi compagni, i Piattaformisti che tentarono di rompere con l’”anarchismo individualista”... Nostri predecessori sono i disfattisti rivoluzionari della Seconda Guerra Mondiale, i Situazionisti e gli Arrabbiati del 1968, insieme ai comunisti delle rivoluzioni proletarie e ai nostri compagni antidemocratici. E perché? Dal momento che “la rivoluzione non è solo l’oggetto della passione della nostra epoca, ma anche quello di milioni di esseri umani, che parte dai nostri antenati che si ribellarono conto il movimento del valore di scambio, che videro come una fatalità, passando per Marx e Bordiga che, nella loro dimensione di profeti, testarono questa passione inestinguibile al fine di fondare una nuova comunità, la comunità umana. […] Tutte le rivoluzioni di specie sono rivoluzioni che tentano di oltrepassare il presente momento, oltre quanto è permesso dallo sviluppo delle forze produttive (Bordiga). Questo slancio oltre il possibile è quanto costituisce la continuità tra le generazioni, proprio come la prospettiva del comunismo concepito come distruzione delle classi, dello scambio e del valore costituisce la continuità tra i diversi rivoluzionari; questo è quello che, seguendo Marx, chiamiamo il partito storico”1 (J. Camatte).


Se il movimento comunista, la dialettica teoria-prassi diventano solo tradizioni da seguire, allora sono morte. Siamo compagni pieni di vita i cui compiti sono di ispirare il movimento proletario, prendere parte attiva nelle nostre lotte e non solo di applicare, ma anche – ricordando che “anche l’educatore deve essere educato” – approfondire creativamente la prassi del materialismo storico, attaccando e criticando l’intero esistente. Nel frattempo dobbiamo vivere, vivere senza rinunciare o vegetare! Gli asceti verranno divorati dai cani della valle delle lacrime! Per noi il comunismo non è un’isoletta verde, non è un’alternativa né una strategia di sopravvivenza, ma la distruzione totale del capitalismo! Comunismo o morte! E non è uno slogan di abnegazione, ma la sola questione storica importante dell’attualità. Siamo militanti del partito comunista, siamo quindi antidemocratici e antibolscevichi, visto che la dittatura del proletariato non è uno strumento per prendere il potere, bensì l’arma comunista per l’abolizione della società di classe. La nostra aspirazione non è soltanto distruttiva, la nostra rossa direttiva è la dialettica del comunismo: “distruggiamo per costruire e costruiamo per poter vincere”! Ci è chiaro che il nostro nemico non è soltanto il capitalismo, ma anche tutto quello che la sporca società del lavoro salariato e le precedenti società di classe hanno realizzato. Abbiamo di fronte una classe operaia passiva, auto-limitantesi, che si aliena sempre di più, abbiamo di fronte un mondo di falsa coscienza e anche l’eredità ideologico-pratica-organizzativa del movimento operaio (socialdemocrazia, bolscevismo, sindacalismo, federalismo, operaismo, autogestione operaia, fronte popolare, politiche d’alleanza ecc.) che ha preso o prende parte attiva al mantenimento del sistema capitalista o del regime bolscevico. I comunisti erano una piccola minoranza ieri e lo sono tutt’oggi. C’è una classe operaia frammentata che si sta integrando all’”universo” capitalista e di fronte troviamo un potere borghese che vuole privarci di tutto per mantenerci soltanto come produttori e consumatori. Il programma comunista è dato a livello di dichiarazione, ma non basta. Dobbiamo analizzare, vivere in maniera creativa e organizzare la lotta. Dobbiamo distruggere il capitalismo sviluppando l’unità di pratica e teoria del comunismo.


Come abbiamo sostenuto pazientemente noi comunisti, il capitalismo sta divorando il futuro, spezzando ogni legame, rendendo il pianeta un manicomio feticista. Gli alberi stanno scomparendo, i campi diventano deserti, l’acqua è vomito contaminato, il cibo è sporca spazzatura industriale, i gatti stanno cominciando ad abbaiare, i cani squittiscono, mentre tu diventi il personaggio di un’utopia negativa in cerca di un bunker atomico mentre il bambino cerca riparo sotto l’albero di Natale… Proviamo ad organizzarci, sabotiamo, lottiamo ma la questione sorge continuamente: come possono il lavoratore chiuso nella sua esistenza egoista di cittadino, il fondamentalista islamico, l’insetto cristiano, la bestia nazionalista, lo stacanovista del sindacato (che lavora di giorno e si ricarica di notte come un telefonino perché deve essere pronto all’uso per il giorno dopo) diventare militanti di classe? Quando e come l’esistenza sociale alienata diventerà l’esistenza di un militante della classe proletaria? (E non abbiamo neppure menzionato la questione degli “scheletri” ridotti all’indigenza e migliaia di altri problemi.) Ad un livello astratto possiamo affermare teoricamente che gli sfruttati verranno rivoluzionati dalla loro stessa esistenza sociale, dai suoi milioni di movimenti dialettici. Non c’è dubbio che questo movimento progredisce, così come la decomposizione del capitalismo, ma la sua direzione principale è al momento controrivoluzionaria. Possiamo solo urlare: comunismo o morte! Ci contorciamo verso la morte: senza più casa, saccheggiati, depredati. La nostra vita sociale è la seguente: veniamo sfruttati, decapitati, alienati l’uno dall’altro (e la classe operaia non è soltanto l’oggetto passivo di tutto questo, ma è anche quella che accetta di diventare la vittima della crociata del capitale comportandosi come una massa di cittadini obbedienti). Nel frattempo la struttura della società è in decomposizione ma gli eventi devono (o dovrebbero) essere controllati da noi. Come e in che modo? Le attuali forme di coscienza della classe operaia – da cui il soggetto rivoluzionario, il proletariato sta emergendo – sono controrivoluzionarie, oppure solo una piccola parte della classe operaia è rivoluzionaria ma in questo caso quella parte non è più soltanto classe operaia... La “classe operaia” non è che il suo nome e spesso non accetta più questa denominazione! Finora noi comunisti siamo stati sconfitti non una ma centinaia di volte. Il punto è come trasformare queste sconfitte in una vittoria! La nostra attività deve gridare questo “come” al di là di sogni, favole e dell’utopia! È compito dei comunisti e del proletariato auto-organizzato preparare, mostrare e proseguire lungo il corso del movimento, lungo la direzione del comunismo, in modo coerente. Il comunismo non è una visione illusoria della società senza classi ma la prassi della vita della comunità umana intera, vale a dire la totalità comunista dell’esistenza creativa, comune del genere umano, che tende a sé stessa. Ma basta con le formule! Venga la pratica, la pratica dei comunisti in modo da sperimentare la comunità globale senza classi, libera dallo sfruttamento, dal valore, dal lavoro, dalle nazioni, dagli stati e dalle famiglie: il comunismo!


Lunga vita alla dittatura del proletariato!


Lunga vita al partito comunista!


PROLETARI DEL MONDO, UNITEVI!


BARIKÁD KOLLEKTÍVA


Primavera, 2012


1 Sebbene rifiutiamo il leninismo di Bordiga e le sue assurde, infondate accuse mosse contro le consistenti tendenze comuniste antibolsceviche, non c’è dubbio l’anima della sua attività e dei suoi scritti (che hanno contribuito in molti punti a mantenere la continuità della critica comunista al modo di produzione capitalista) è la “passione del comunismo”. In questo senso Bordiga va al fianco di Marx e degli altri comunisti rivoluzionari.