LAJOS KASSÁK: A CAUSA TUA E PER NOI


Nel delirio capitalista, detto il postmoderno, gli iconoclasti appaiono sempre freschi e vivaci, ma spesso anche soli soli. Lajos Kassák, militante socialista-avanguardista molto cosciente nel suo periodo di rivoluzionario, oggi é mantenuto sul palcoscenico dalia túrba degli snob e dei dilettanti necrofagi sempre-rinascenti – artisti estetico-dipendenti, curatori di mostre chi non hanno mai avuto in vita loro un gesto naturale all’infuori di quello di pisciare, e gli spettatorí-ricettori, puttane dell’estetico; mentre il suo spirito combattivo di classe, la sua attivitá di scrittore-editore, agitátoré e organizzatore passano sotto silenzio, come la quantitá reale delle vittime proletarie durante i bombardamenti di Dresda. Il mio riassunto é mirato contro questa tendenza, anche se l’opera tarda stessa di Kassák offriva l'invito al cenacolo degli snob.

Biográfia

Lajos Kassák nasce nel 21 marzo, Érsekújvár. Passa gli anni d’infanzia in Angyalföld, un quartiere proletario di Budapest. Nel 1909 parte, a piedi, per l’Europa Occidentale, allettato dalia voglia di avventure e dalle possibilitá di vita nello spazio e tempó dilatati, e ripugnato dall’Ungheria piccolo nobile, provinziale, colmata delle campane di mezzogiorno e dell'eruttazione ubriaco della gente dei casino signoreschi.

Nel suo viaggio attraverso Vienna, Germania, Belgio, Parigi, incontra Emil Szittya, un amico anarchista, scrittore, editoré, mendico e pagliaccio dadaista nella stessa persona, di cui serivera comunque paragrafi piuttosto amari nei suoi libri. Nell'Occidente studia il movimento operaio moderno e le tendenze dell'avanguardi artistica, tentando di abbinarle, unirle nella gemellaritá di lotta e negazione, per lui naturale. Publica le sue prime poesie e fonda la prima rivista attivista, chiamaía ‘L’Azione’ (“A Tett”), che viene subito soppressa per i suoi concetti internazionalisti dai censori della classe dominante. Un gruppo di editori e serittori attivamente impegnati si forma comunque, e comincia a radicalizzarsi, intorno álla rivista.

OGGI’ (“MA”)

La rivista ‘Oggi’ esce per la prima volta nel 1916; é giá piú matúra e tenta di raggruppare gli elementi avanguardisti e combattivi di classe da tutta l’Europa. La rivista pió essere paragonata con “Die Aktion“, che gli sérve anche da modello. Kassák e gli amici fanno una rivista stilisticamente eclettica, ma coraggiosa. Pubblicano i testi del communista Franz Jung, il bolscevico Lenin, del militante di sinistra Mühsam e di altre figure del movimento, öltre allé opere d’arte sopratutto espressionisti, futuristi e dadaisti. La rivista é ancora collaborazionista del bolscevismo anche se Kassák come militante é fortemente legato álla tradizione socialista antipartito e sopratutto all'anarcho-marxista Ervin Szabó in cui identifica un modello da seguire. I temi ricorrenti della rivista sono la voglia di, e la lotta per, la rivoluzione mondiale; la preferenza all’internazionalismo – il che caratterizza Kassák dall’inizio della prima guerra mondiale in poi –, contro ogni tipo di nazionalismo; l’unitá di vita e arte; il compimento attraverso la rivoluzione; la nascita dell'uomo nuovo, “l'individuo collettivo"; la divulgazione - ma non la mercificazione – dell’arte dell’avanguardia; tutto sommato, la guerra contro il capitalismo, per la vita nuova, guerra intesa sopratutto culturalmente (il che costituisce anche una eritica della rivista: la sua sincera ma spesso contraddittoria ecletticitá viene dal fatto che il loro radicalismo veniva frenato dali loro idealismo).

Durante la rivoluzione

Il circolo di Kassák é molto attivo durante la rivoluzione proletaria in Ungheria nel 1919, ma subito entrano in conflitto con l’amministrazione bolscevica (Kassák e suoi compagni non volevano avere una parte secondaria e prendono di partito per l'indipendenza – il partito communista, príma con riferimento álla mancanza generálé di carta, liquida la rivista, piú tardi Béla Kun la sopprime.)

Nel 1917 l’Oggi’ era uno dei primi a salutare la rivoluzione proletaria in Russia, ma piú tardi non avangano la eritica necassaria nei confronti del bolscevismo; Kassák si ritira sempre di piú dalia confrontazione sociale. Questa tendenza si fa piú forte dopo il 1924 – ma anche qui é da dire che il suo romanzo autobiografico, incominciato intorno álla metá degli anni Venti, é un lavoro espressamente rivoluzionario.

Emigrazione

Dopo il crollo della rivoluzione Kassák va a Vienna e in quella confusione internazionalista serive le sue poesie gigantiche, come la grandé visione della rivoluzione, “I roghi cantano”, e “Il cavallo muore, gli uccelli volano via”, che mostra segni di un’autobiografia poetica. Con Andor Németh lavora sulla rivista “2x2”, ha una mostra a Berlino, comincia il suo periodo construttivista. La sua attivitá militante diminuisce, come conseguenza sia del declino generálé dell’era rivoluzionaria, che della sua attitudine d’artista: era sempre in lui un certo aristocratismo, un distacco orgoglioso nei confronti dei suoi tempi.

Una delle migliori riviste attivisti di quei tempi, l’Oggi, cessa nel 1924; durante tutto il suo percorso coltivava la buona relazione con gli esperimenti simili di Karel Taige, con il ‘Zenit’ della Yugoslavia e con altre riviste attivisti.

Nel 1926 cominicia a serivere il suo grandé romanzo, “La vita di un uomo”, che funziona da enciclopedia del movimento operaio dell’epoca – specialmente di quello ungherese –, e dell’avanguardia rivoluzionaria. Non é tradotto in nessuna ligua universale eccetto qualche pagina pubblicata in tedesco e in francese. Scritto in una prosa un po’ rozza ma congenialmente realistica, ci racconta la storia dell’evoluzione, rivoluzione e delle vie dell’avanguardia vera.

Di nuovo in Ungheria

Durante la sua vita, Lajos Kassák fonda numerose riviste le quali peró non riescono mai a superare l’energia, l’aggressione, la freschezza e il carattere rivoluzionario del ‘Oggi’. É da menzionare la rivista ‘Documento’ e soppratutto la ‘Lavoro’ (“Munka”, 1929). La “Lavoro” é una rivista interessante, rappresenta le tendenze della sinistra antistalinista ma fondamentalmente é un organo del Fronté Popolare, dell’opposizione di sinistra del boscevismo. In realtá mancava di energia rivoluzionaria, anche se qua e lá si trovavano articoli e autori in “servizio” della rivoluzione.

Kassák mantiene il livello alto dell’attivitá per tutta la sua vita lunga; serive un libro assieme a Imre Pán, ‘Az izmusok története’ ( “La storia degli ‘ismi’”), che é un riassunto affidabile delle tendenze d’arte moderna della prima metá del secolo scorso, le sue seritture politiche tarde peró sono al piú delle volté didattiche e anche noiose; l’avanguardista serio di una volta lentamente fa il suo patto con la realtá, diventa conservativo e collaborazionista del ala sinistra della borghesia, anche se non appartiene mai ai “capibastone”, anzi, nel 1956 sostiene l’insurrezione proletaria e dopo il crollo non s’insegna di faré il pagliaccio al partito bolscevico; ma, leggendo le sue poesie, é evidentemente rintraeciabile una certa snervatezza e disillusione.

Queste poesie sono pieni d’energia e forza artistica fino al 1924, il che si ripete raramente dopo quell’anno; i suoi romanzi, ad unica eccezione del “La vita di un uomo”, sono piuttosto grigi; sua pittura annega nei giochi formalistici “l'art pour l’art”. Rimane peró il grandé organizzatore da sempre. Suoi compagni cambiano di continuo, l’avanguardia ungherese praticamente si forma nella sua aura per generazioni. Appaiono poi perdono i socio-fotografi radicali; pittori militanti (Béla Uitz, Sándor Bortnyik); critici d’arte sofisticati (Ernő Kállai, Iván Hevessy); poeti rivoluzionari (Sándor Barta, Aladár Komját) chi piú tardi soccombano al stalinismo; József Révai, piú tardi ministro della cultura temutissimo sotto Rákosi; lo scrittore brillanté antistalinista Ervin Sinkó; e figure cosí complesse come l’artista-teoretico László Moholy Nagy. Molti di loro si perdono per le vie del servilismo bolscevico, altri diventano liberalisti o apolitici, altri ancora fanno la carriera nella letteratura o nella pittura – ma quasi nessuno diventa or rimane rivoluzionario. Ci sono eccezioni… Ma la storia di coloro dell’attivismo ungherese chi, rivoluzionari di sempre, fronteggiano coerenti allé forze della borghesia “colorita o di bruno o di rosso”, sara raccontata un’altra volta. Avanti!

Barricade Collective

2007




BRR… BUM… BUMBUM… BUM…


Brr… bum… bumbum… bum Singhiozza il cielo e singhiozza la terra

ed i soldati ballano con la morte.

Scscsci… brrrum pa-pa-pa, bum… bumm,

l’opice dell’inferno suonaun matto can can:


Urrá!


Un pifferaio indiano vomita fuoco sulla collina,

rabbrividisce la terra e sotto il lontano bosco che brucia

nitriscono gli stalloni barbuti di Normandia:


Urrá!


A dispetto dei santi!


Zzzzu… bum, bum… bumbumbum.

Rabbiosi branchi di cannoni abbaiano nello spazio,

ed il sangue ormai schizza come fontane di porpora,

shignazza il vento, si spezza l’ossatura degli snelli ponti di pietra

e stordisce il ritmo delle locomotive condotte nella vallata.


Vaiu… hijji-hi-hi-hi-hi-i-i.


Adesso cento ricordi superstiziosi sollecitano la mente dei soldati,

sono di quelli che sghignazzano al cielo nastri rossi di Parigi,

di quelli che temono per il giallo toson d’oro di Berlino,

il quelli che il bianco carillon di Mosca fa piangere

ed il sacro buonumore primaverile di Arandelovac,

Debrecen, Cingtau e Cetinje rendé cespugli nello spazio.


Da qualche parte caldi nidi che invitano

e cento reni di donne innamorate aspettano i soldati,

ma qui dappertutto c’é sangue, sangue ed essi non sanno soltanto uccidere.

Sopra di loro selvaggi uccelli d'acciaio cantano della morte,

pre-pre-pre, pre… pre… rererere… re-re-e-e-e…

e sangue, sangue, sangue e fuoco, fuoco, fuoco

sangue e fuoco ed al di sopra, come sciacallo volante guaisce lo shrapnel,

Nugolo frusciante di proiettili… Comete brucianti d’acciaio…

Granate tozze, grigie…

e da qualche parte nei mari incantati dalle chiome ondeggianti,

come pletorici tori di bronzo vanno in calore gli U9 e i XII.

Au-u-uffff… bum… bururu-u… bumm… bumm…

siu-zupp, paca-paca-paca-brura-ru-u-u-u…

fru-urrru-u-u-u… pice… frrrrrrru-u-u-u-u-u,

il vento fa roteare in un mulinello il cespuglio di rose che brucia nella /polvere.


Oh, ahi… Fratello! Martirio di Cristo! … Mária madre mia!


Il fumo strazia le gole dei soldati fino a lacerarle,

ma la vista ancora una volta si fa aguzza come il coltello sul tosone nero,

sulle colline le unghie di due muli caduti raspano il cielo,

poi piano-piano anche questa visione sprofonda nello spazio

e nella piana infinita, come lupi atterriti, dai tendini spezzati,

i soldati color terra gemendo rubano i loro poveri cuori malati

e dovunque vanno c'é dappertutto sangue… sangue… sangue.


(1915)


COLONNA DELLE AFFISSIONI / HIRDETŐOSZLOPPAL


Sulla balaustrata delle vie

e nell’apertura profonda e spazieggiata delle piazze

te ne stai

corae lingua di fuoco rossoazzurra,

come il grido intensificatosi

nella corazza che vince ogni cosa

nel mattino ricoperto

guarda

mi son fatto colonna accanto a te

come un fratello

con un bel petto cilindrico, con occhi illuminati

ed abbondante e aspro volume della voce

in tondo verso i quattro punti cardinali

dove

sia pure per una volta s’é espanso l’intelletto

dove

il sano istinto dei contadini ha strappato la terra

dove

nei verdi ruscelli si sono lavati contenti i soldati

e qui

anche nel corpo commosso ed isterico della cittá

noi soltanto síamo le fiaccole dei tempo,

cantiamo

e ci azzuffiamo

col sangue e la nera noia

fino álla morte

e cosi

su su al semplice inondato ritmo di lavoro

fratello nelle smisurate inuguaglianze delle afflizioni

facciamoci di nuovo una cantatina

alla democrazia della libera concorrenza,

ai verbi del compro e vendo

di bestie matricolate e farabutti dalia pelle di coniglio

nei profumi dell’empietá

perché ahi

forse per domani l'ieri avrá divorato tutto,

al domani

oltre una notte di ciechi

oltre un accumulato silenzio di sordi

oltre pure un ticchettar di gambe di ferro di zoppi,

i guel che sara

e perché é anche bello cosi

nel millenovecentodiciassette

essere

lanterna

d’una colonna delle affissioni

fra i piani genuflessi delle case di Pest!


(1918)


ARTIGIANI / MESTEREMBEREK


Noi non siamo né studiosi, né saggi preti malinconici

I neppur erői che feroci squilli di tromba

hanno spinto alla battaglia

e che adesso giacciono tramortiti in fondo ai mari,

sui monti assolati ed i campi battuti dai fulmini,

sparsi ovunque nel mondo intero.

Sotto Fazzurro firmamento

in sangue vagabondo nuotano le ore…

Ma noi siamo ormai lontani da tutto,

seduti negli oscuri scantinati di case popolari

muti ed integri come la stessa materia indistruttibile.

Ieri abbiamo ancora pianto e domani, forse domani

il secolo si meraviglierá della nostra opera.


Si! Perché dalle nostre dita brutte e tozze

ormai si sprigiona la nuova forza

e giá domani inneggeremo sulle nuove mura:

sulié rovine getteremo la vita

dal cemento, dal ferro e dall’enorme granito.

Basta con le decorazioni di Stato,

coi chiari di luna e le operette!

Innalzeremo enormi grattacieli

e un’altra torre Eiffel come balocco,

ponti coi piedi di basalto,

sulle piazze nuovi miti d’acciaio risonante

e sui binari imputriditi lanceremo

ruggenti locomotive infuocate,

perché risplendano e divorino il percorso


come le vertiginose meteoriti del cielo

Mssccoleremo nouvi colori

E poseremo nuovi cavi sotto il mare

Affinché sia di balia la terra ad una nouva razza


E gioiscano i nouvi poeti

Che avanti a noi cantano il nouvo volto dei tempi:

A Roma, a Parigi, a Mosca, a Berlino, a Londra e a Budapest.


(1918)


GIOVANE OPERAIO / FIATAL MUNKÁS


Mi rivolgo a te, che non sei né piú né meno di me, che ti raffiguro uomo, mche se in modo insensato tieni il grugno ed ogni settimana per sei giorni: vernicia irriconoscibilmente il sudiciume delle fabbriche.

La mia mano affaticata dal lavoro la pongo nella tua manó affaticata dal lavoro.

Fratello!


Noi siamo i figli della forza.

Siamo un uno inseparabile nello spazio, come le meteoré erranti e i chicchi di grano sbattuti.


Il sangue, come láva ci ha forgiato insieme.

Non ho mai chiesto: quanti anni hai, qual é il tuo nome,

da dove hai dipanato la tua sorte?

Ouando c’imbattiamo l’un nell’altro, non mi meraviglio mai

se biondo o bruno é il tuo colore.

Oh, noi ci comprendiamo paurosamente.

Eventualitá e secoli speculano invano con noi.

Ciacciono ai nostri piedi i ponti,

e la nostra fronté é stata costruita

piena della certezza della resa dei conti

r sappiamo che nel nostro sangue

lavora l’ora della giustizia

t sappiamo che soltanto sulle nostre rovine

potranno innalzare le nuove mura.

Ci hanno spremuto dal di dentro oro, luce e calore.

Ma noi crediamo nelle porté fatte dissotterrare

e nella possibilitá delle vie libere sui liberi campi.


T’ho conosciuto nei crocicchi delle strade.

Sotto il cielo umidiccio del respingimento,

negli stupidi amorazzi, nella mancanza di pane,

I disertamento della scuola, nelle ruberie da quattro soldi,

cui ombra ti é lievitata addosso

fedesso con un losco marchio sulla fronte

oí cominciare ad ogni costo.


Vogliamo incominciare sull’alto argine.

m come in delirio, si sono lavate tra loro le rive.

a aoi siamo a conoscenza dello scopo.

Fedi  producono roghi.

ai cantano.

Scopo ! Scopo!

felici bandiere della vita si trastullano nella prospettiva.


Oh, giovane fratello mio ritrovato!


(1918)


MARZO 1919 /1919 MÁRCIUS


Bando alla bocca d'oro dei predicatori e alle mani rosate degli umanisti!

Nelle trombe di ferro della rivolta adesso alleluja,

donne e uomini, operai incanagliti e infetti soldati.

Il tempo ha partorito minuti rossi di volontà.

Spiegate le vostre finestre tappate con terra e fogli di giornale,

il vento arrota nel sole enormi zanne di lupo.

Date ali alle porte dei putridi casermoni,

trasudino le sputtanate terre il vostro sangue rimpinzatosi.


Terra. Monti. Acqua.

Mentre lo spavento ammucchiatosi in mandre

con lacrime e sospiri sfila in parata nelle città.


Adesso è indifferente, se tu sei donna o uomo,

nazzareno privo di vista o tutt'occhi accesi d'odio.

Urla la volontà.

La volontà liberata scatena come uragano creazione del mondo dalle

/ nostre gole.


Fratello!

Donna e uomo!

Non c'è sosta per l'attività dell'ultima pletora di sangue. L eccedenza d'energia della giovinezza cannoneggia con noi.

Accendete i vostri tristi occhi,

sfondate la porta delle vostre orecchie inciuchite,

e sappiate che non v'è nulla di più importante iella vita da voi voluta,

e se occorresse.

rivoltate per essa da cima a fondo il mondo

castrate le banche e strozzate il ripugnante rispetto del lavoro.

Mostrate il rovescio di tutto, laddove germina l'ordine

e il vostro fanatico intelletto gli brilla sopra, come il sole.

Saluto i vostri giorni d'oro lanciati in alto come razzi,

sotto cui partoriscono trionfi i ribollenti mesi di marzo

ed intorno ai geyser dell'odio domani diverranno umane

le bestie da lavoro impuntatesi.

Perché questa é la legge.


Uomo.

AI mattino si fa mattina.

II sole risuona di rosso insieme álla terra.


(1919)


A CAUSA TUA E PER NOI / MIATTAD ÉS ÉRTÜNK


Madri piangono benedizioni nella notte.

Bimbi abbrividiscono di orrori azzurri.

Oh fratello, perduto álla nostra vista.

Intorno a tavoli accecati siedono come francobolli i viventi.

Sofferenze si sparpagliano in gigü.

Oh fratello che profumi di pan dolce,

ti hanno scacciato dall'addiaccio con orribili manganelli,

ti hanno gettato una corda al collo, come ad un animale bello, affranto

ed allora sei parso fermarti tra terra e cielo,

con le spine della giustizia fra i denti.

Campanili presi in affitto hanno suonato distruzione.

Delinquenti, accesi di furore bianco,

volevano cancellare il giorno rosso col tuo corpo sanguinante.

Virago invasate attendevano all'orizzonte il ritorno di secoli. Ma noi vediamo dilagare come un mare sul cielo del mondo civile ili sparsi imbratti di sangue.

Noi comprendiamo i messaggi dei morti dai cimiteri senza stelle.

Giorni percorrono buone materne strade maestre.

Jrtici rigurgitano assenza di frontiere.

Cristiani ed ebrei, europei, americani, asiatici, africani ed australiani, tutti vogliono tirarsi fuori dalia grotta della mancanza di pane.

contro i pazzi cavalieri degli articoli di legge.

Su! Su! contro gli eunuchi perduti della scienza e dell'estetica.

Su! Su! Su!

Non esiste Dio che possa fracassare i denti di ferro dei poveri.

Oh fratello, tu adesso innalzi spietati roghi nella volonta fattiva dei popoli.

Il tempo fa stridere catene spezzate. L'uomo marcia sui campi dell'inumanitá. Rosse grida sventolano fra terra e cielo.


(1921)


MESI DI MARZO / MÁRCIUSOK


Dal mio interno ho fatto parlare le onde dorate dei mesi di marzo.

Fratelli! Oh incontro, dinanzi a Dio, di mani che hanno combattuto.

I giorni sbandierano mancanza di speranza.

Stridor di grida

per tutti noi,

che adesso ce ne stiamo sotto orribili riflettori, con lampade fracassate / negli occhi.


Ce ne stiamo e basta, e i nostri sogni scompigliati grondano da tutte le / parti della notte.


Roghi di fuoco-amore soffrono nei nostri cuori.

Russia!

Sulle nostri fronti orfane cantano i pugni impazziti.

Russia! Russia!

Le nostre ferite d'arma automatica, da sperone di stivale, da coltello,

da detonazione, lacere fanno luce verso di te con purpuree candele di lode.

Oh fratello nostro primogenito.

Vittoria! Vittoria! Vittoria!

Sopra le torri prosternatesi di Mosca s'é fermata la nuova Stella.

Confini divorano confini dagli aguzzi fili spinati.

Lomini che avete combattuto, abbarbichiamoci allo spazio.

Grida di gioia.

Vittoria!

Vittoria!

Vittoria!


(1921)


DALLÁ NOSTRA VIA UN MENDICANTE / EGY KOLDUS AZ UTCÁNKBÓL


Vecchio, come il mondo  in persona.

Ogni mattina, scrutato il terreno,

ome nave sconquassata scioglie le vele e parte a conquistare il cuore della gente.

Fu forse un tempo buon artigiano e giovane di fama.


Se tavolta gli si scioglie lo scilinguagnolo,

racconta, quasi a tempo di musica,

chi era stato lui un tempó,

per dov'era passato, quante ragazze aveva corteggiato

indossando una grossa catena d'oro incrociata sul gilé.


Dieci figli ha inoltre messo al mondo,

sparpagliati perö ormai da tempo

in ogni direzione della rosa dei venti;

l'anno scorso gli é morta la moglie,

una cara donna mezza matta

e da allora sta solo, come l'indice della mano.

Ecco il principe incantato, che da quando esiste l'uomo

vive tra noi nel bene e nel male, sempre piú solitario:

tutti lo conoscono e tutti gli si tirano da parte

gli si vedé addosso che l'ha roso e tormentato la povertá

come se fosse affetto da malattia contagiosa.


(1945)


INQUIETUDINE / NYUGTALANSÁG


Liberta

bella incorporea

ralta.


Liberta

liberta

msei tanto grande

ed io cosi piccino.


Liberta

liberta

liberta

amami

e nascondimi.


(1949)


RITRATTO D’OPERAIO / MUNKÁSPORTRÉ


Dio non ha formato a sua immagine questa testa

questa testa che ricordo del passato e dubbi dell'oggi tormentano

esta testa in cui germinano i sémi delle rivoluzioni questa testa che da tanto tempó il boia bracca


L'idea della creazione guida queste mani

queste mani che hanno a sinistra benedetto e a destra maledetto

queste mani che conservano i segni delle catene

queste mani che non si congiungono in preghiera

queste mani che hanno orrore del sangue


Xon scivolano su una buccia d'arancia queste gambe

queste gambe che legano l'occidente all'oriente

queste gambe che schiacciano le sette teste del drago

queste gambe che raggiungono quei luoghi di cui sogna la mente


Hanno ferito le armi dei tiranni questo cuore

questo cuore che rinasce dalle proprie ceneri

questo cuore che é gemello del mio cuore


É tale e quale a me quest'uomo:

sotto lo stesso cielo

lo stesso canto

innalziamo

alla semina e

alla mietitura.


(1963)


FESTA / ÜNNEP


E tutta un addobbo di bandiere la cittá.

Movimenti colori grida.

corso pietroso delle strade ondeggiano legioni di lavoratori.

Mani e mani teste e teste gambe e gambe

calpestano il passato e cantano il futuro.

COSI  riversa su di me il mondo

e ormai nulla mi fa male.

Guardo la mia Stella sopra la corona dei monti di Budapest

La mia stella che fa rifulgere le profezie

accanto ad un bicchier di vino spumeggiante

che da Parigi  m'hanno inviato per il mio compleanno.

Rosea ghirlanda di sospiri.

Mi vogliono bene per le mie pitture a Parigi ed anche io voglio bene a loro.

Gli anziani ripensano a grandi cose

i ragazzi distruggono le sbarre delle frontiere

le ragazze sono meravigliosamente belle.


(1963)


IL CAVALLO MUORE E GLI UCCELII VOLANO VIA / A LÓ MEGHAL A MADARAK KIREPÜLNEK


Allora il tempo nitrí ossia a modo di papagallo aprí

le ali dico porta rossa aperta

con la mia amante a cui diamanti neri erano murati

neJ volto e trascinava 3 bambini per disperazione

sedevamo sotto i camini delle fabbriche

sapevamo domani le linee curve

su issa su issa

diceva domani te ne vai Kasacchino ed io mi dissecchero

sui soppalchi e nelle croste del signor Nadler

certo

certo

il padreterno si dimentica delle belle donne

giá veniva Io scultore in legno mezzo-cristo

era giovane e puzzava maledettamente di giustizia

domani avremo passato il confine

giá sí giá sí

certo certo

Ja cittá ci galoppava vicino

girava qua e Iá e talvolta s'impennava

vedevo il cappello storto di mio padre mentre nuotava

sopra il vetro smerigliato dalia farmacia álla statua del la trinitá e ritorno

una volta il vecchio credeva che a 21 anni sarei stato cappeilano

nella parrocchia della mia cittá

ma esattamente 10 anni prima mangiavo il fumo nella officina del fabbro signor Sporni

oramai il vecchio tornava di rado a casa

piú tardi si bevve il mio bel futuro sognato e Io pisció con la birra

s'innamoró di una vecchia sguattera

perse i capelli e faceva amicizia solo con gli zingari

25 aprile1907

mi preparavo per andare a Parigi a piedi con Io scultore

la cittadina sedeva nella pozza e suonava la fisarmonica

io ti tolgo la mia protezione oh San Cristoforo non sarai il figlio di tuo padre

un ubriaco piangeva lagrime di coccodrillo

si appoggiava al muro dell'albergo del Leone d'Oro

sentivo che tutto era finito

mi attraversó un binario rosso e nei campanili suonavano le campane

colombe facevano capriole sopra i tetti

anzi per meglio dire galoppavano sul carro del sole

la nuova campana dei francescani quasi cantava

chi si prepara a dormire lucidi le sbarre di piombo

le ore passavano spettrali su bianchi cani da pastore

sentivo che tutto era finito

osti e merciai chiudevano le botteghe

torna torna dai tuoi figli amico mio

le ruote non si voltavano piú indietro

l'uomo perde i denti da latte e guarda nel nulla dove

la vita si morde la coda

nel nulla

oh giramarri

Oh lebbli

Oh BUm BUmm

e la nave andava con noi lemme lemme come donna gravida

e dietro di noi qualcuno chiuse le quinte

quella fu la prima giornata tagliata in croce nella mia vita

ardevano in me le fiaccole e cose senza fondo

pappagallo

oh fumigo pappagallo

sulle rive stridevano uccelli di rame in gruppi di venti

sugli alberi altalenavano impiccati e stridevano anch'essi come galli

solo talvolta dal fondo dell'acqua guardavano verso di noi cadaveri fattisi serr

ma avevamo 21 anni

allo scultore spuntavano brutti peli rosa

dal mento

ma per il resto si viveva bene

solo in mezzo al ventre

stringevamo invano le viti i buoi sempre di nuovo

s'incamminavano per il campo arato

e talvolta stentavamo a strapparci gli occhi dalle caviglie delle ragazze

in quei casi gridavano in me i piatti turchi

a Vienna dormimmo sulla strada per 3 giorni

poi ci svitammo definitivamente fuori di noi stessi

giá cosa vuol dire civiltá

ci si unge di qualche smalto e si comincia ad aborrire i pidocchi

cosa vuol dire legami familiari

ci si allunga con un nastro di seta il cordone ombelicale

cosa vuol dire timordidio

si comincia con l'aver paura per non aver paura

noi c'inchiodammo le strade sulle piante dei piedi e il sole veniva

con noi nello spazio su aurei piedi di miglia

credetemi l'elefante non é piu grandé di una pulce

e il rosso non é piü rosso del bianco

e se cio malgrado noi andavamo avanti

cameralogos se facciamo un bilancio tanto siamo

noi ad avere la peggio

e allora ci si aprivano gli occhi

é fummo profondi come gli oscuri pozzi dei paesi minerari

e andavamo andavamo

13 angeli ci precedevano

a piedi anch'essi

e ci cantavano della nostra giovinezza

eravamo giá dei vagabondi típici con pulci educate

sotto le ascelle

il latte cagliato

e la cassa d'assistenza delle comunitá ebraiche

e di qua e di Iá venivano verso di noi i fratelli

con tutte le varié lingue del mondó e con facce straordinarie color mattone

ognuno aveva un suo odore speciale

e qualcuno era piallato dai chilometri e qualcun'altro

aveva ancora sulla bocca il latte della tetta della mamma

le strade giacevano sotto di noi con imbottite bianche

i fili del telegrafo si stringevano e scrivevano

cabbale sul cielo

la sera vedevamo come s'aprivano i fiori tra le gambe delle donne

ma noi eravamo vegetariani e antifemministi

e ci spingemmo oltre Passau

Aquisgrana

Anversa

lo scultore si fece magro come uno stecco e la sua barba

si fece tutta rossa

a me crescevano in testa versi e boschi intricati

sui fiumi di luce i ratti passarono due volté davanti a noi

su grandi chiatte ornate di bottoni da calzoni e uova d'uccelli

negli uffici postali mi aspettavano le lettere della mia amante

ma sapevo che i pidocchi si muovono soprattutto la notte

quindi lavoravo sui miéi versi che mi uscivano

dalia testa come pecore dal manto d'oro

non c'é dubbio che quelle sono le bestie piú sprovvedute

ma se qualcuno si mette la lavagna dietro l'orecchio

le saracinesche cadono spaventate

ecco la nostra vita

ad ogni stazione i doganieri ci battono un timbro sul cuore

ma noi nuotiamo sempre avanti verso l'alba

certo sarebbe meglio se tutti facessero commercio

di carrube e caramelle per i bambini

dividetevi il mondo in cui vivete

per noi é facile facciamo ogni giorno 50 chilometri per

uscirne

nelle gallerie sui crínali dei monti e in taciti boschi tedeschi

sentiamo l'odore del letame fresco sui campi

e talvolta i monti si voltano e gli alberi suonano la chitarra nel vento

dopo tutto gli alberi sono fanciulle gravide

si parlano sotto voce e dicono cosí:

se lui se ne va io m'ammazzo

ieri tutto il giorno ho orlato con filo d'oro le fasce

lo chiameró angeletto e gli appenderö sulle orecchie

ciliegie di diamante

oppure dicono semplicemente:

tutti gli uomini sono cani zoppi

i monti sono ormai tutti piegati sopra di noi

mentre il serpente gigante inghiottisce il sole senza scrupoli

lla fin fine io saro poéta

basterá tirare fino in fondo le raganelle tanto piü che tutto il male

viene dalia sbadattaggine della signorina Anna

ieri no mandato due poesie all'« Ungheria Indipendente »

e finimmo un'altra volta a Stuttgart

sedemmo álla távola dei mendicanti mangiammo pizze con la marmellata

e il cuore di un contadino stiriano splendeva dalle travi

nel cortile della casa accanto I'ESERCITO DELLA SALVEZZA faceva messa

flauti e clarinetti stridevano sotto le stelle

vedevamo le gialle civette di vetro mentre si piegavano

sopra le giovani madri

oh agnello di dio che togli i peccati del mondo

nello scultore in legno tornává ad agitarsi il mezzo-cristo

e voleva parlare a tutti i costi

chiudi il becco urlava il contadino stiriano

ci mise sotto il naso il cuore

vedete é trafitto con 7 pugnali rugginosi

sono le 7 menzogne della mia amante in me fratellini

guardate quell'orlo verde sul lato destro

fratellini é l'ultima morsicatura del mio padrone

ho 26 anni e la mia vita era pura come rugiada mattutina

d'inverno pulivo la neve davanti alla casa

d'estate mietevo il grano pieno

eh eh il destino dell'uomo é come

tutti tenevano gli occhi aperti e dietro i muri noi vedevamo come

il mondo volta gabbana

budapest-parigi-berlino-camciatka-pietroburgo

Io scultore era ormai ubriaco e dai suoi occhi

scorreva la tristezza come da canali

le grida si volgano sempre piú verso i poli per spegnere

le loro miccie

giurate che crederete ormai solo nella virtú magica dei

legacci delle mutande

dissi in modo inaspettato

e vedevo come la mia voce giungeva dal cortile vicino

io sono un poéta

debbo dunque sapere

che i lumi ardono bene perché due volte turatamo

e sono pieni di petrolio

ero proprio disperato avrei voluto dare qualche cosa

a quella povera gente

ma le stelle avevano ormai lasciato i loro posti di guardia

i 13 angeli dormono evidentemente a bocca aperta sui

gradini del soffitto

dio mio

le cimici scendono dai muri in rosse schiere

si mettano tutti del sale sulla punta del naso

ecco come é breve la vita

ma noi diventeremo gatti maschi sui muri ciechi de Parigi

ninna nanna bimba bella

ci si addormenta

cosí si fanno orizzontali le verticali

e viceversa

i bimbi d'inchiostro uscirono dal cielo

passiamo il giardino insieme

sulla riva di Iá Maria fa dormire suo figlio

chiudano tutti quanti i chiavistelli sopra il cervello

per terra i miei ricordi fosforescevano in pozze gialle pozze gialle

negli angoli si aprirono i sacchi da montagna e si misero

ad abbaiare come pazzi

come Mária suo figlio

io cullavo tutto il giardino nel mio grembo

e piú sotto

ecco gli scaccini della comunitá ebraica coi loro 1 1/2 marchi

sospiri si vetrificano

fiori fioriscono

oh dunque ci sei anche tu

tu ed io

su di te

io

lega dunque su di me le tue ginocchia

mia piccola donna

salamandra d'argento

pappagallo

gála sulla mia vita

albero da frutto

Stella strappata

ohimé ohimé

stringano tutti i tappi di vetro

le ore sono uscite dalle loro gabbie di stelle

e con i loro grandi nasi di sughero gli elefanti si sono volti ad oriente

la prima voce che udii fu l'urlo di un grammofono dalle

periferie

que! mattino Io scultore non ebbe la forza d'alzarsi

creperó piangeva Io scultore creperó

la regina dei pitocchi stava sopra la sua testa con un grandissimo mastello

dall'orologio uscl il cucü dalia testa di osso e s'inchinó

umilmente

creperó piangeva Io scultore creperó

e tutti videro la morte

mentre attraversó due volté la camera

ma perché dovresti andartene fratello

perché

non hai ancora ricondotto il gregge dai campi

non hai ancora acceso le lampade nei tuoi capelli gialli

ed anche i serpenti dormono nei tuoi occhi

oh non badaré álla brutta caffettiera che ha morso

l'ombelico della serva

 ed ora giacciono tutti e due in stato di gravidanza

creperó strideva lo scultore

creperó

e le case si piegavano con lungo ritmo verso la chiesa

un puledro falbo entró nella finestra con la testa

e nitrí

chi vuole comperare il mio cappotto dissi anch'io

5 corone nessuno dá piü di 5 corone

e all'improvviso tutte le strade corsero giü dai monti

e dunque andare

ancora andare

da allora non vidi piú il povero scultore

eppure eravamo amiconi e tutte le sere la sua barba

ardeva dinnanzi a me come il roveto

per 2 settimane vagabondai da solo

ero triste come un vecchio somaro e ad ogni

pozzanghera mi lavavo la testa

avrei voluto lavare dalia mia testa i ricordi che si erano

terribilmente sedimentati

e agitavano bandiere nere verso le rive

ma non so piú verso quali rive

e sentivo di essere un fiume impetuoso e di avere rive

con palme striminzite e verdi ramarri

perché in quel tempó ero ormai poéta inoperabilmente

avevo una corrispondenza regolare con la mia amante

e sapevo che bastava aprirmi il petto

e dal mio cuore sarebbe colato oro puro

se solo questi contadini belgi non fossero tanto sporchi

questi animali sciovinisti non sanno nulla delle cose del mondó

inutile che io stia dinnanzi a loro

non ce n'é uno che veda sulla mia fronté

io ero come i 7 orfani

eppure fu lí che si toccarono in me le linee curve

fu lí che incontrai szittya che veniva da zurigo e

si preparava ad andare in cile per fondarvi una religione

io ero convinto che sarebbe diventato davvero un pezzo grosso

aveva le orecchie curiosamente luride

giacevamo sulla riva del porto di anversa e lui

fece una concione allé balle di cotone e ai barili di pece

cittadini cantava cittadini

i conigli sono le galline piú prolifiche e i mulini

mettono di soppiato nel grano dei denti di ratto

eppure macinano e questo non accade senza ragione

di che cosa avete paura disgraziati

i miéi verbi arsero giá nei fiori sui campi

crepino tutti quelli che riconoscono la necessitá dei punti

d'appoggio

domattina noi partiremo verso l'osteria di dio

nella mia povera mente si aprirono i gígli

 eh sí domattina partiamo verso l'osteria di dio

berremo le lagrime di Cristo nella catapecchia di paglia

e liquore di prugna

oh ma nel destino di ogni brava persona finisce col cadere

almeno un coccodrillo

e lui che veniva dall'ostello di Zurigo e si preparava ad andare nel cile per fondare una relígtone

si prése quella notte lo scolo nel bordello da marinai della rue de rivoli

i castelli di carta caddero senza rumore

crebbero intorno a noi steccati come li vediamo nello zoo

ancora 21 volte io grido di seguito al cielo:

latabagomar

oh talatta

latabagomar e finfi

i dischi continuavano a girare ininterrottamente

bisognerebbe segare le mani nere degli artigiani

i falegnami tolgono dal legno tutti i nodi

e i fabbri non sanno mettere al loro posto i chiavistelli

e un bel giorno la nostra gabbia crollerá per questo

vedete anche Isabella ha perduto uno dei suoi guanti

oh ma chi mai puö avere cura di noi poveri treocchi

sopra le case gli uccelli volarono sferragliando verso altri

paesi

szittya dimentico nel guardaroba la chiave della nuova religione

e il primo giorno pianse come un bambino

poi si unse di vasellina le orecchie e partimmo verso bruxelles

come due derubati

rinunciammo ad ogni cosa e sapevamo che solo il tempó ci comprenderá

non ci lascerá cadere fuori di sé

la sera sedevamo giá ai lunghi távoli della maison du peuple

e fumavamo il buon tabacco belga

vedemmo vanderwelde mentre attraversó la sala per

andare álla segreteria

ed altri capi famosi giuocavano davanti alla cassa

con carte francesi nuove

in un immenso bacino di raccolta vi si trovava tutta la pappa del mondo

russi dagli occhi azzurri fidanzati della rivoluzione

olandesi odoranti di olio

prussiani

magri montanari

ungheresi dai baffi sfioriti

parenti patetici di garibaldi

e c'erano tutti quelli che erano stati bastonati e quelli

che a casa non avevano abbastanza pane

sulle spalle di taluni vegliavano i grattacieli di New York

dagli occhi di altri fuorusciva rossastro l'odio

guardate gli slanci piú grandi de H'umanitá partono dalia

stazione

rombano tempeste

fili telefoniéi stridono dal cuore di mosca

compagna siediti al pianoforte

i camerieri passano sopra di noi con la broda nera

i proletari fanno cappannello dinnanzi ai cinema

quello del sindacato dá i biglietti a gruppi di dieci

i cani s'arrampícano per i muri dai denti sbrecciati e cantano

come vecchie donne

disse qualcuno abbasso l'oligarchia

e tutti insieme:

roma

parigi

tiflis

stoccolma

samarcanda

e miniere della ruhr

senti le piccole campane del municipio di monaco

a fírenze le colombe dormono sulle spalle degli apostoli

sapevano tutti che non poteva essere lontana l'ora di dio

la pelle della gente fanatica é piú sensibíle di un sismografo

e noi ci grattavamo tutti

compagna siediti al pianoforte

su

su

oh se potessi agganciare gli occhi di diamante della mia amante

intorno alla lampada centrale passarono navigando le saiamandre

szittya dormiva nelle pozze rosse

ed era bello come un giovane bulldog

di quante cose potrebbe farsi ricco un uomo in un'ora sola se fosse intelligente come mettiamo una macchina fotografica

ma l'uomo é sempre chiuso e sopra la sua pelle

passano senza notizia i mondi

a mezzanotte andammo nel petit passage all'assemblea dei russi

parlava un tovarisc biondo era quasi un bambino

fiorivano fiamme dalia sua bocca e le sue mani volavano

come colombe rosse

eh sí siamo parenti dei posseduti di dostojewski

abbiamo troncato in noi con la nostra bocca la settima testa del sentimentalismo

e vogliamo distruggere ogni cosa

oh russia terra maledetta

chi vedrebbe le tue sofferenze senza difesa se non le vedessero

i tuoi figli segnati con una stella

l'europa sputa sull'asiatico che é in noi

eppure siamo solo noi che saliamo sul monte

non é dubbio che la fornaia di astrakhan o la bagascia

di pietrogrado

partorirá un giorno l'uomo nuovo

la russia é gravida della rossa primavera della rivoluzione

ma i fiori non hanno ancora potuto aprirsi sulle pianure della russia

ma la russia é simile álla terra incolta

aiutate dunque

fratelli

figli infelici d'europa somiglianti a noi

aiutateci aiutateci

e vedemmo come gli si accese la testa sotto il vecchio berretto

noi sedevamo tutti nella sua mano

úrrá per la russia evviva zivio urrá

allora dalia mia schiena cadde una gobba

sulle finestre si aprirono i fiori di ghiaccio

e szittya che piú tardi diventó agente provocatore e spia

bació la giacca del russo

sono puro come un bimbo

disse se non avessi lo scolo andrei

a carskoje selo per uccidere lo zar

quella notte non bevemmo acquavite

ci lavammo i piedi e non pensammo all'amore

un tipografo ungherese che piü tardi fu condannato a 12 anni per rivolta

disse la ventura con le carte della cameriera

e cantavamo sotto voce ma s'udiva lontano

finalmente ecco finalmente

é venuto il tempo e noi siamo maturi come gli alberi da frutto

credevamo che sopra di noi si schierassero le bandiere d'oro dei marzi

e i cigni sedevano in alto sulle altalene e ridevano con due voci

sulla place edouard volevo offrire me stesso sulla tavola dei poveri

ma all'alba vennero a prenderci i gendarmi belgi

albeggiava appena

davanti alla statua che piscia non c'erano ancora i visitatori con la guida in manó

e le strade sporche credevano davvero

di essere a parigi

ridevano di noi le sculture d'oro del municipio

e noi andavamo con le mani incatenate nell'azzurro precipite

giü per le ripide scale

davanti alle stufe di ferro dei venditori di patate calde

tra i rifiuti delle osterie

nella puzza mattutina dei pescivendoli

poveri vagabondi intruppati dall'ordine e allora

dio moriva in noi

incontrammo le puttane della rue mouffetard

ero felice

assai mi piacévá che fossero tanto belle all'alba

nel vento spennellato di sghembo avevano la crocchia storta

dietro un velo di diamante il sole gli faceva l'occhiolino

dietro i muri ciechi

vegliammo tutta la notte come dei santi

e sbavavo per la voglia di una sigaretta

potessi almeno grattarmi la schiena gemeva szittya

che poco prima voleva faré il messia nel cile

qualcuno sventolo da un balcone una coperta bianca

noi pensavamo al biondo ragazzo russo che viveva di fiamme

come il dio futurista di marinetti

ed amava la russia piú che il figlio la madre

 ora lo butteranno oltre il confine belga e in una mattina azzurra lo impiccheranno davanti al cremlino aiutateci dunque fratelli

figli d'europa infelici come noi aiutate! aiutate!

io sono soltanto un poéta ingenuo ma la mia parola la taglio a che sérve se uno trafigge con una spada di carta la strega di turamom

restammo 12 giorni nella prigione che puzzava di topi eravamo una sala giorno e notte notte e giorno

di notte pensavamo allé strade maestre e uccidevamo le cimici

la mattina ci davano dell'acqua calda a mezzogiorno della pappá fredda e tutto il giorno dovevamo recitare preghiere belghe incomprensibili ripetendo ad alta voce quello che diceva un carceriere barbuto che sedeva su un'alta cattedra come un idolo

poi ci misero in carri verde-scuro e ci portarono al confine francese trovai 9 specie di uova nei nidi s mio dio eppure viene Parigi

di cui udii meraviglie sonore e che non conosco ancora

sapevo che nello stemma della francia sta un gallo rosso sapevo che la terra di francia é benedetta di ragazze e d'arte i contadini di zola nuotavano nell'alba su chitarre d'argento la senna poneva su un letto d'erbe i suoi azzurri cadaveri szittya raccontava di dunajec del maestro ungherese che ora fa il primo violino allo chat noir

ha 9 amanti ragazze francesi nervose che furono cavalli da battaglia nella guerra franco-prussiana

guardai i miei appunti: avevo visto 3004 ritratti di cristo trovato 9 specie di uova nei nidi presso liegi condussi via due vacche dunque

ero a 300 chilometri da Parigi

sopra le nostre teste camminavano pappagalli su stampelle

oh PARIGI

PARIGI

endre ady ti vide nuda e sopra le tue rovine sanguinose

nacque guillaume apollinaire poéta simultaneo

sentivamo chiaramente che avevamo odoré di pellegrini

e facevamo 60-70 chilometri al giorno

andavamo verso Pombra della torre di ferro comperate le nostre vesciche dicevamo alla gente comperate le nostre vesciche in ottimo stato

se le pungete con un ago sottile non sentirete nemmeno

il gusto di bruciato

eppure i francesi somigliano molto ai belgi

i tonti piu umani vivono nel belgio

forse é la buona birra di malto che li fa diventare cosí

ma forse é perché in loro si sedette sulla ceralacca

la filosofia cristiana

ci tenevamo sempre al collo le nostre glandole Iacrimali gonfie

come pesanti campani salati

per giorni e giorni non trovavamo da dormire

oh perché ci partorí la madre se non fu in grado

di farci una casa sulla schiena

un carceriere che faceva anche il calzolaio

ci ficco per 12 ore nella paglia

dai tubi gialli con lance e tenagiie

e picche da cosacco mossero contro di noi i pidocchi

ma tutto cio non importava

noi dormivamo su lontane altalene di luna nel suono dei flauti

uno continuava a cantare sopra di noi

VOI SIETE I MIÉI DUE DITI INDICI

e al mattino bevemmo il caffé intorno álla gonna della calzolaia

disse che avevo i capelii bellissimi

e che se mi guardava meglio trovava che somigliavo ad un ragazzo di nome igor

che 20 anni prima si era gettato nella senna per lei

il caffé ci scaldo la pancia all'uso dei preti

ed io le promisi

che da parigi le avrei mandato una cartolina

con due mani che si stringono ed una colomba che tuba

PARIGI oh PARIGI quanta bella gente si uccise in te

e la voce della cittá non si sciolse piu da me

piangeva nel flschietto dei doganieri

rideva nelle trombe elettriche di parigi

ridi dunque somaro

non védi che stai nel nido d'oro della vita

ora ci culla parigi disse szittya

dimenticando completamente il suo scolo

giá una volta trassi qui sangue di angeli dalle stelle

al confronto il latte di mia madre era come acqua di seltz

metti su le tue ali

domani andremo da GRISETTE

mangeremo ostriche sul boulevard des italiens

guarderemo gli uccelli elettrici

passeremo per la tuileries

e per il bar delle stelle

giá sí

ero molto triste e sentivo come ai miéi piedi malati

mi crescevano le unghie

ohi

ahi

a me i miracoli arrivano con la bárba e senza intonaco

2 per 2 = 4

un roveto si apre dappertutto

ma i cavalli moderni hanno denti di ferro

e chi parte la mattina non é sicuro di arrivare la sera

piu felice di tutti chi sa rivoltare la propria pelle

perché nessuno sa guardare oltre se stesso

cio che abbiamo messo su é messo su

ma cio che mettiamo su non significa nulla

i fiumi sono pronti a farlo a pezzi se hanno fretta

i signori non sanno camminare a due gambe come i passerotti

sappiamo che ogni donna lascia il suo compagno

e le scimmie guardarono il loro deretano nello specchio

del signor goldmann

e sono completamente felici

forse se sapessi giocare agli scacchi

ma io non m'intendo di nulla sul serio

i coscioni dei maiali macellati siedono su una giostra nelle vetrine

e vidi parigi e non vidi nulla

la mia amante mi aspettava gravida álla stazione di periféria

la testa di mia madre si era fatta come un limone per la miseria

volevo ridere davanti a loro ma mi vergognavo assai

di indossare due calzoni senza mutande

é certo che o il poéta costruisce per sé una cosa di cui ha piacere

oppure vada a raccogliere cicche

oppure

oppure

gli uccelli hanno inghiottito la voce

ma gli alberi continuano a cantare

questo é giá un segno di vecchiaia

ma non vuole dire nulla

io sono LAJOS KASSÁK

e sopra le nostre teste parte in volo il samovar di nichelio.


(1922)